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Il caso "Talidomide"

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I devastanti effetti correlati all’immissione in commercio della Talidomide negli anni ’50-’60 (Smithells, 1962) hanno dimostrato definitivamente il ruolo dell’ambiente nel determinare malformazioni fetali ed hanno stimolato l’interesse scientifico e dei mass-media nei confronti della teratologia clinica. 

La tragedia della Talidomide

La Talidomide è un farmaco con proprietà ipnotico-sedative che è stato commercializzato per la prima volta in Germania nel 1956 per la terapia dell’influenza, e successivamente, in 46 Paesi, per la terapia dell’insonnia. È stato inoltre ampiamente utilizzato in donne in gravidanza nella terapia delle nausee mattutine grazie anche ad una pubblicità che sottolineava la “sicurezza” del prodotto.

I test preclinici su roditori ed i trial clinici non avevano infatti evidenziato effetti collaterali.

La vendita di Talidomide incrementò drasticamente in pochi anni e, entro il  1960, solo in Germania vennero prodotte circa 15 tonnellate di farmaco. In USA la Talidomide non ottenne l’autorizzazione all’immissione in commercio per una presunta associazione tra il farmaco e lo sviluppo di neuropatie periferiche.

Fin dall’inizio degli anni ’60 si osservò un incremento di neonati con malformazioni congenite degli arti e fu ipotizzata una correlazione con l’assunzione materna di Talidomide in corso di gravidanza. Il farmaco venne pertanto ritirato dal commercio nel 1961; l’incidenza di malformazioni degli arti è ritornata nei limiti dopo il ritiro dal commercio, confermando l’effetto teratogeno della Talidomide.

È stato stimato che più di 6000 bambini (senza contare i casi di aborto spontaneo e morti fetali endouterine) siano nati con un’embriopatia da Talidomide, caratterizzata da difetti di riduzione degli arti di vario grado ed altri tipi di malformazioni congenite.

Studi ad hoc su animali di laboratorio (conigli e primati non umani) hanno inoltre confermato l’effetto teratogeno del farmaco, osservando il medesimo pattern malformativo osservato nell’uomo; il farmaco non è tuttavia risultato teratogeno in alcune specie animali (tra cui topi e ratti).

Tale episodio ha dimostrato che l’ambiente gioca un ruolo significativo nel determinare malformazioni congenite, ha demolito l’ipotesi che il feto sia protetto dalla “barriera placentare” rispetto ai farmaci assunti dalla madre ed ha confermato che l’effetto teratogeno è specie-specifico.

Le conseguenze pratiche furono un incremento della ricerca di base ed epidemiologica nell’ambito della teratogenesi ambientale e dei controlli per contenere l’introduzione di nuovi agenti chimici, con possibile effetto teratogeno. Vennero definiti inoltre i criteri per dimostrare la teratogenicità dei fattori ambientali nell’uomo e si intensificò la ricerca sulle sostanze chimiche, in particolare sui farmaci, e sugli effetti embrio-fetali-neonatali correlati al loro uso in gravidanza.

“Nuove indicazioni” sull’uso di Talidomide

Oltre all’effetto sedativo, la Talidomide presenta un effetto anti-infiammatorio, immunomodulatore ed anti-angiogenetico che lo rendono un farmaco efficace nella terapia di diverse gravi patologie.

La FDA americana ha recentemente reintrodotto in commercio la Talidomide per la terapia di casi selezionati di eritema nodoso della lebbra e di mieloma multiplo; anche l’EMA ha dato autorizzazione all’uso di tale farmaco nella terapia del mieloma multiplo.

La Talidomide è tuttavia efficace anche nella terapia di varie complicanze correlare all’AIDS e di diverse patologie ematologiche, oncologiche ed autoimmuni.

Per evitare nuovi casi di embriopatia da Talidomide, il farmaco viene prescritto soltanto in casi altamente selezionati; in USA è stato inoltre attivato uno specifico programma di prevenzione chiamato STEPS (“System for Thalidomide Education and Prescribing Safety”).

Embriopatia da Talidomide

La Talidomide è un farmaco teratogeno e la gravidanza è una controindicazione assoluta alla sua somministrazione.

Gli studi epidemiologici effettuati in seguito al ritiro dal commercio negli anni ’60 hanno evidenziato che il periodo più sensibile dell’embrione all’effetto teratogeno del farmaco è compreso tra la 5ª e la 9ª settimana gestazionale (calcolata dalla data dell’ultima mestruazione). Il rischio malformativo in caso di esposizione al farmaco durante tale periodo non è ancora ben stabilito, ma potrebbe essere pari o superiore a 50%. Non è stata inoltre identificata una dose soglia al di sotto della quale non vi sia rischio.

Lo spettro malformativo (embriopatia da Talidomide) include difetti degli arti (che sono i difetti più frequentemente osservati e sono di solito superiori e bilaterali), anomalie oculari, auricolari, cardiovascolari, gastrointestinali o urogenitali. Non è ben definito il meccanismo teratogeno della Talidomide, anche se sembra essere secondario a un effetto del farmaco sull’angiogenesi nelle fasi precoci dello sviluppo.

Per saperne di più visita il sito dell'Associazione Thalidomidici Italiani